Il Centro e la Compagnia

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WILSON WALLER VETERAN REHABILITATION CENTER

Una volta entrai nella sala riunioni del mio ufficio a Singapore, e vidi sul tavolo una pila di cadaveri accatastati. Sapevo bene che non c’erano, ma li vedevo. Fu il primo sintomo del mio Post Traumatic Stress Disorder.

Cominciai a piangere in ascensore, perché quando le porte si chiudevano facevano lo stesso rumore del portellone degli elicotteri che ci scaricavano nella giungla.

Siccome avevo rallentato con la macchina per cercare un indirizzo, un tizio che mi stava dietro si mise a suonare il clacson e a insultarmi. Quando tornai in me, mi resi conto che lo stavo prendendo a calci in mezzo alla strada, dopo aver sfondato il vetro della sua auto per tirarlo fuori. A quel punto mia moglie mi costrinse a farmi curare. Ora sto meglio.

Post Traumatic Stress Disorder

È il 1973, la storica firma degli accordi di Parigi pone ufficialmente termine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam: il primo prigioniero di guerra americano viene rilasciato l’11 febbraio dello stesso anno, e il ritiro totale avviene entro il 29 marzo. E per la prima volta, l’America assapora l’orrore dilagante del PTSD: Post Traumatic Stress Disorder, la terribile sindrome che caratterizza oltre il 30% dei reduci del Vietnam. Irascibili, violenti, autolesionisti, incapaci di controllarsi: questo è ciò che sono diventati alcuni dei figliol prodighi tornati nel grembo a stelle e strisce, le menti sconvolte dall’aver assistito ad orrori inumani.

 

Wilson Waller

Tutti ad Hamlin ricordano il ritorno in famiglia di Wilson Waller, nell’ottobre del 1973. Primogenito di Nathaniel Waller e Donna Sutter, erede della più ricca delle famiglie della piccola città, si presentava ai suoi concittadini con una protesi alla gamba, un congedo in tasca ed una Medaglia al Valore del Congresso al petto. E se Hamlin era rimasta uguale a se stessa, molto in Wilson era cambiato: di quel giovane sorridente pronto a servire il proprio Paese, ora rimanevano solo lunghi silenzi, sguardi privi di calore ed occasionali quanto tremendi scoppi di violenza contro se stesso e gli altri, prontamente insabbiati dal denaro del padre e dall’amore soffocante della madre. A nulla valsero le cure del dottor Robert Donaldson, gli psicofarmaci e le sedute terapeutiche: in preda ad un delirio psicotico, Wilson si tolse la vita il 16 novembre del 1975, poco prima della mezzanotte, cospargendosi di benzina e dandosi fuoco di fronte all’ingresso di villa Waller. Tutti ad Hamlin ricordano il ritorno in famiglia di Wilson Waller, ma sopra ogni altra cosa, le sue urla disumane mentre le fiamme spegnevano la sua vita.

 

Wilson Waller Veteran Rehabilitation Center

Da sempre la più ricca e potente enclave di Hamlin, gli Waller hanno costruito il proprio impero sul latifondo agricolo ed il commercio di legname e derivati. Proprietari di oltre il 70% dei terreni agricoli e boschivi che circondano per ettari la cittadina, della segheria Waller & Pinckerton e del marchio alimentare Old Maine Farm, devono la propria fortuna all’acume del capostipite Jebediah Waller, padre dell’attuale capofamiglia Nathaniel, e del suo socio, Joshua Pinckerton. Fu la morte di Wilson a rompere l’idillio: profondamente sconvolto dall’accaduto, il clan degli Waller non si è più ripreso dopo il tragico incidente. Si dice che il senso di colpa sia il più grande motore dei nobili intenti: nel marzo del 1976, durante uno dei frequenti incontri cittadini, Nathaniel Waller annunciò di voler trasformare la propria magione in una clinica, destinata ad accogliere i Veterani di guerra colpiti da PTSD, “affinché a nessun padre d’America sia riservata una sorte simile alla mia”. In principio, nessuno dette credito a quelle parole: gli abitanti di Hamlin ritenevano i Waller troppo pragmatici per poter dar corso ad una simile iniziativa, eppure man mano che furgoni carichi di operai edili e attrezzature mediche facevano spola dall’autostrada alla grande villa, l’incredulità cedette il posto ad una meravigliata consapevolezza. Durante il piovoso settembre del 1976, veniva inaugurato il Wilson Waller Veteran Rehabilitation Center, ed in capo a qualche settimana, i primi “ospiti” della struttura cominciavano ad affollare il giardino della tenuta.

 
 

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La nostra grande nazione ha bisogno di una forte spinta verso un’assistenza sanitaria centrata sul paziente. Per questo esistiamo: Healthcare, ci prendiamo cura di te.

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Dalla crisi finanziaria all’acquisizione Healthcare

Mantenere una struttura come il Wilson Waller Veteran Rehabilitation Center, offrendo assistenza gratuita e altamente professionale a veterani privi di occupazione e con indennità statali al limite della sussistenza, ha messo a dura prova le finanze degli Waller. Nel corso degli anni, persino l’impressionante patrimonio di Nathaniel ha cominciato ad assottigliarsi, costringendo il magnate a cercare finanziatori esterni. Privo di reale attrattiva per gli investitori, agli inizio del 1982 il Centro è stato ad un passo dal dichiarare fallimento. fino alla comparsa della Healthcare Inc., divisione medica della Bridge Corp. Forte di un contratto governativo fresco di stipula e sottoscritto dalla US Army al fine di fornire assistenza ai suoi veterani, ha rilevato la totalità della situazione debitoria del Centro, divenendo di fatto la proprietaria, relegando i Waller ad un ruolo di mera rappresentanza, e facendo sì che la tenuta si popolasse anche di piccola guarnigione di Marines, presenza imposta contrattualmente dal governo.

La rapida ascesa della Bridge Corp. a pilastro dell’economia americana ha stupito tanto Wall Street quanto i più preparati economisti. Fondata nel 1969 da un veterano della guerra del Vietnam, il Maggiore Arthur B. Lazarus, congedato con onore un paio di anni prima a causa di una grave ferita alla gamba, la Bridge nasce come una modesta azienda impegnata nel settore della metallurgia. Non è mai stato chiaro come, nel giro di pochi anni, la Bridge sia riuscita ad ingrandirsi tanto da potersi estendere anche ad altri settori, fino a diventare la potenza che è oggi. Sicuramente l’aver approfittato degli ultimi anni del conflitto, alcuni investimenti ben oculati, i contratti governativi e l’acquisizione di altre aziende in declino, sapientemente rimesse in carreggiata, hanno contribuito. Sebbene non siano in pochi a pensare che la Corp. nasconda molte ombre. Ma d’altronde quali grandi società non ne nascondono? A prescindere dal motivo della sua scalata, il magnate Arthur B. Lazarus, che tutt’oggi siede a capo del consiglio d’amministrazione, viene visto con ammirazione da coloro che credono ancora fermamente nel grande sogno americano.